Un mondo accanto
La Valle di Susa: un territorio che occupa da sempre una posizione peculiare nel contesto storico e geografico dell’Europa. Luogo di passaggio, certo, da Annibale fino agli eserciti prima tedeschi poi angloamericani dell’ultima guerra. Ma anche frontiera, disseminata di gigantesche fortezze e di innumerevoli bunker, difese di pietre e cemento contro la possibile invasione del vicino, del nemico, “dell’altro”. Questa dicotomia (bipolarità) si acutizza oggi e la Valle si trasforma suo malgrado nel paradigma della schizofrenia della globalizzazione. Accanto alle fortificazioni, alle cascine e alle fabbriche abbandonate, ai nuovi agriturismi e alle baite di lusso, si ergono i viadotti autostradali, le megaopere olimpiche, i cantieri del TAV. La Valle diventa pure testimone e allo stesso tempo simbolo del martIrio di migliaia di persone alla ricerca di una nuova patria e di un futuro migliore.
La Valle accoglie, la Valle respinge. Ma non rinuncia alle sue tradizioni di sempre, anch’esse ormai trasformiste e costrette ad adeguarsi all’evoluzione globale.
La transumanza ad esempio, in particolare quella ovina. Patrimonio irrinunciabile dell’economia di base valligiana, quella che sfida la modernità contrapponendole il valore dell’ancestrale, la transumanza ovina si adatta ai tempi per poter sopravvivere. È un fenomeno che assume la qualità di una metafora: il lavoro duro, estremamente sacrificato, del pastore di montagna viene accettato ormai solo da ostinati amanti della pastorizia: anziani incalliti o giovani sognatori, a volte da immigrati, ossia da quelle poche persone che ancora uniscono spirito di sacrificio a conoscenza del mestiere, e tutto per modesti guadagni.
Grandi greggi di pecore e capre si muovono su e giù lungo le valli alpine nelle stagioni primaverili e autunnali, inventandosi a volte cammini improbabili e surreali fra strade statali, viadotti, ferrovie, case. Insomma, ovunque si possa passare senza “disturbare” troppo la vita dei valligiani. In testa e in coda alle greggi si muovono i pastori, personaggi in equilibrio instabile fra mito e marginalità, accompagnati dagli immancabili cani maremmani, unico baluardo nella resistenza di fronte all’inarrestabile avanzata del lupo.
Sembrano dei migranti silenziosi, dimenticati, ombre che sfilano accanto a piloni, sotto ponti e lungo binari, prima di raggiungere i pascoli montani in estate e le grandi estensioni prative della “bassa” in inverno. In pianura poi, da ottobre a giugno, i pastori che non vogliono o non possono fermarsi in cascina dovranno spostarsi giornalmente con le loro migliaia di pecore per prati e boschi, o alle periferie di città non sempre benevole nei loro confronti, lottando contro la burocrazia dei permessi e la malevolenza dei “cittadini”. Un fenomeno, come già detto, tanto surreale quanto vero e soprattutto paradigmatico di un mondo vittima della sua inarrestabile e contraddittoria corsa in avanti. Un fenomeno a noi vicino ma poco visibile, o piuttosto poco “visto”, nel quale confluiscono problematiche differenti ed attuali, e che vale la pena visibilizzare per farci comprendere l’importanza che riveste nella nostra vita quotidiana, nonché tutte le difficoltà e i sacrifici necessari a rendere questa nostra vita più piacevole.
Al fine di visibilizzare il fenomeno della transumanza ovina nella Valle di Susa e nella Val Chisone, nonché le sue relazioni con un contesto valligiano che si sta inesorabilmente globalizzando, ho seguito le greggi ed i pastori dalle loro zone di pastorizia della pianura fino ai pascoli di montagna, cercando di evidenziare la relazione fra il moderno e l’ancestrale, analizzando la problematica degli spostamenti delle grandi greggi in un territorio solcato da imponenti vie di comunicazione internazionali e la convivenza del mondo della pastorizia con la sua antitesi, ossia con il modus vivendi urbano, cittadino.














